10 Apr Klotho: la proteina della longevità
Esiste una proteina nel nostro corpo di cui si parla ancora pochissimo fuori dagli ambienti di ricerca, eppure la comunità scientifica la considera oggi una delle molecole più promettenti nello studio dell’invecchiamento e della longevità. Si chiama Klotho, un nome che arriva dalla mitologia greca, dove Cloto era una delle tre Moiré, colei che filava il filo della vita, e la scelta del nome non è stata casuale: i suoi livelli nel sangue sono direttamente correlati a quanto bene e quanto a lungo viviamo.
La proteina Klotho viene prodotta principalmente dai reni e dal plesso coroideo del cervello, circolando nel sangue in forma solubile, agendo come un vero e proprio regolatore sistemico; è coinvolta nella salute cardiovascolare, nella funzione renale, nella sensibilità insulinica, nella capacità cognitiva e nella modulazione dell’infiammazione, il che significa che stiamo parlando di un fattore che influenza trasversalmente quasi tutti i meccanismi che associamo alla qualità dell’invecchiamento.
Il problema è che dopo i 40 anni la sua produzione inizia a calare in modo progressivo, e questo declino procede di pari passo con la comparsa di quei segnali che tendiamo ad attribuire genericamente all’età: rigidità arteriosa, perdita di massa muscolare, rallentamento cognitivo, peggioramento della funzione renale e aumento dello stato infiammatorio cronico.
Uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine nel 2023 ha analizzato i livelli plasmatici di Klotho in oltre 6.000 adulti, dimostrando che chi presentava concentrazioni più basse di questa proteina aveva un rischio di mortalità significativamente più elevato rispetto a chi manteneva livelli più alti, indipendentemente da altri fattori di rischio come età, sesso, fumo e presenza di patologie croniche: questo dato è particolarmente rilevante perché conferma come Klotho sia in grado di funzionare come un marcatore indipendente di longevità che gli esami di routine tradizionali non sono in grado di intercettare.
Sul fronte cognitivo, la ricerca ha prodotto risultati altrettanto interessanti: la proteina Klotho agisce come fattore neuroprotettivo, e diversi lavori hanno evidenziato come livelli più elevati siano associati a migliori performance di memoria, attenzione e velocità di elaborazione, in particolare nella popolazione over 60. Uno studio pubblicato su Cell Reports nel 2023 ha dimostrato che la somministrazione di una singola dose di frammento di Klotho in modelli animali anziani era sufficiente a migliorare le funzioni cognitive in modo rapido e misurabile, aprendo prospettive concrete anche per la prevenzione del declino neurodegenerativo nell’uomo. Questi dati stanno portando la comunità scientifica a guardarla come a un potenziale bersaglio terapeutico per condizioni come l’Alzheimer e il deterioramento cognitivo lieve, due tra le preoccupazioni maggiori per chi ha superato i cinquant’anni.
Ma possiamo fare qualcosa per mantenere alti i livelli di Klotho?
La risposta è sì, e la cosa incoraggiante è che gli strumenti principali sono quelli su cui lavoriamo quotidianamente nei nostri percorsi nutrizionali. L’esercizio fisico aerobico regolare è uno dei fattori che la ricerca ha collegato più solidamente a un aumento della produzione endogena di Klotho: camminata sostenuta, nuoto, ciclismo e attività a intensità moderata hanno mostrato effetti positivi sui livelli circolanti di questa proteina.
La restrizione calorica controllata, e in particolare le strategie di digiuno intermittente, agisce nella stessa direzione, stimolando meccanismi di riparazione cellulare che supportano indirettamente la produzione di Klotho.
Sul piano alimentare, un apporto adeguato di vitamina D gioca un ruolo chiave, visto che esiste una relazione diretta tra livelli di vitamina D e espressione di Klotho a livello renale, un aspetto che merita attenzione soprattutto dopo i 50 anni, quando sia la vitamina D che Klotho tendono a calare simultaneamente creando un circolo vizioso che accelera l’invecchiamento su più fronti.
Gli acidi grassi omega-3, in particolare EPA e DHA provenienti da pesce azzurro o da integrazione mirata, contribuiscono a sostenere l’espressione di Klotho attraverso la riduzione dell’infiammazione cronica che ne inibisce la produzione. Anche alcuni polifenoli, tra cui quercetina e resveratrolo, hanno mostrato in studi preliminari la capacità di modulare positivamente i livelli di questa proteina, e il loro consumo regolare attraverso frutti di bosco, cipolle, uva rossa e tè verde va considerato parte di una strategia nutrizionale orientata alla longevità.
Per quanto riguarda la supplementazione, vitamina D e omega-3 in dosi personalizzate sulla base delle analisi ematiche rappresentano il punto di partenza più solido, mentre l’integrazione di polifenoli specifici va valutata caso per caso in funzione del profilo individuale e dello stato infiammatorio del cliente.
Nel Metodo Colombo stiamo integrando numerosi marcatori che valutiamo nei percorsi di prevenzione avanzata, perché misurare tutti questi livelli ci dà chiare informazioni sulla traiettoria biologica del cliente che nessun altro esame è in grado di fornire.
Quando combiniamo questi dati con i profili epigenetici, i marcatori infiammatori e il quadro metabolico completo, otteniamo una fotografia estremamente precisa di come il corpo sta invecchiando e di dove possiamo intervenire per rallentare il processo in modo concreto e personalizzato.
Se sentite che il vostro corpo sta cambiando e volete capire cosa sta succedendo realmente sotto la superficie, vi aspetto per un primo consulto nei miei studi di Pontresina, Lugano e Zurigo oppure online.