17 Apr Asse tiroide-intestino, un meccanismo spesso sottovalutato.
Mi capita spesso nella pratica quotidiana di incontrare clienti con problematiche tiroidee che, nonostante siano seguiti farmacologicamente dal loro endocrinologo, continuano a sentirsi stanchi, a faticare nel perdere peso, a soffrire di nebbia mentale e di una freddolosità che non li abbandona mai e tutto questo nonostante le analisi sembrino tutte nella norma.
Il punto è che la nostra tiroide produce prevalentemente T4 (la forma inattiva dell’ormone tiroideo), che deve poi essere convertita in T3 (la forma attiva che le nostre cellule utilizzano davvero per regolare metabolismo, energia e temperatura corporea) e quello che molti ignorano è che circa il 20% di questa conversione avviene nell’intestino, il che significa che lo stato del nostro microbiota ha un’influenza diretta su quanto ormone tiroideo attivo il nostro corpo riesce effettivamente a rendere disponibile.
Il meccanismo che collega intestino e tiroide è, infatti, più profondo di quanto si possa immaginare: la conversione di T4 in T3 dipende da enzimi chiamati deiodasi, la cui attività è strettamente legata alla disponibilità di selenio e zinco, due micronutrienti il cui assorbimento è regolato proprio dal microbiota intestinale.
Quando l’intestino si trova in uno stato disbiotico (condizione in cui la flora batterica non è più in equilibrio e propende verso una popolazione di batteri non buoni), l’assorbimento di questi minerali si riduce e la capacità di conversione ne risente direttamente.
Un interessante studio pubblicato su Frontiers in Endocrinology nel 2023, condotto attraverso un’analisi di randomizzazione mendeliana su ampi dataset genetici, ha confermato l’esistenza di una relazione causale tra specifici taxa del microbiota intestinale e la funzione tiroidea, identificando generi batterici con effetto protettivo contro l’ipotiroidismo e altri associati a un peggioramento dei parametri tiroidei: questo significa che la composizione del nostro microbiota può influenzare in modo diretto il funzionamento della tiroide, indipendentemente da qualsiasi altro intervento in corso.
C’è poi un secondo meccanismo che merita attenzione: la disbiosi intestinale aumenta la permeabilità della mucosa, permettendo ai lipopolisaccaridi batterici (LPS) di entrare nel circolo sanguigno.
I LPS attivano, poi, una cascata infiammatoria attraverso i recettori TLR4 che porta alla produzione di citochine proinfiammatorie, le quali a loro volta interferiscono con l’attività delle deiodasi periferiche e con l’espressione del trasportatore sodio-iodio (NIS), compromettendo sia la conversione di T4 in T3 che l’assorbimento dello iodio necessario alla sintesi degli ormoni tiroidei.
In pratica, per semplificare, un intestino infiammato e disbiotico va a sabotare la funzione tiroidea su più livelli contemporaneamente, e purtroppo nessun intervento diretto sulla tiroide potrà compensare un problema che ha origine nel tratto gastrointestinale.
Una revisione pubblicata su Nutrients nel 2020, dedicata specificamente all’asse tiroide-intestino, ha confermato come il ripristino di un microbiota equilibrato sia in grado di migliorare la biodisponibilità degli ormoni tiroidei e stabilizzare la funzione tiroidea complessiva, grazie alla capacità dei batteri benefici di modulare gli enzimi coinvolti nel ricircolo enteroepatico degli iodotironini.
Sul piano alimentare, la strategia per supportare la funzione tiroidea passa necessariamente dalla cura dell’intestino tramite un piano nutrizionale specificatamente creato per noi da un professionista e dovrà prevedere un buon utilizzo di fibre prebiotiche provenienti da verdure, legumi e cereali integrali che favoriscono la produzione di acidi grassi a catena corta come il butirrato (un elemento che sostiene l’integrità della barriera intestinale e modula positivamente l’espressione del NIS).
Alimenti fermentati come kefir, miso e crauti forniscono ceppi batterici vivi che contribuiscono al riequilibrio del microbiota, mentre il selenio, presente nelle noci del Brasile, nel pesce azzurro e nelle uova, è indispensabile per l’attività delle deiodasi, così come lo zinco, che troviamo in semi di zucca, ceci e lenticchie. A questo va poi contrapposta la riduzione di tutti quegli alimenti che alimentano la disbiosi, come zuccheri raffinati, farine bianche e alcol, a completamento di un approccio multifattoriale che va a lavorare direttamente in profondità sulle reali cause invece di limitarsi solo a gestirne i sintomi.
Per quanto riguarda la supplementazione, probiotici specifici a base di Lactobacillus plantarum e Bifidobacterium longum, selenio in forma organica e zinco rappresentano gli interventi con il maggior supporto nella letteratura, sempre da calibrare sulla base delle analisi individuali e dello stato del microbiota di ogni singola persona.
Nel Metodo Colombo, quando lavoriamo con clienti che hanno problematiche tiroidee, partiamo sempre da una valutazione approfondita della salute intestinale, perché sappiamo che senza un intestino funzionante la tiroide difficilmente potrà esprimersi al meglio.
Analisi del microbiota, marcatori di permeabilità intestinale, profilo dei micronutrienti e valutazione dello stato infiammatorio ci permettono di costruire un percorso che lavora alla radice del problema e che spesso porta a miglioramenti che nessun altro intervento da solo era riuscito a ottenere.
Se vi ritrovate in questa situazione e sentite che la vostra tiroide non risponde come dovrebbe, vi aspetto per un primo consulto nei miei studi di Pontresina, Lugano e Zurigo oppure online, per capire insieme cosa sta realmente succedendo e costruire un percorso di benessere a lungo termine.