03 Lug Il microbiota nascosto: non sapevamo di averlo, ma ci ha tenuto in salute.
Per decenni abbiamo studiato il microbiota intestinale concentrandoci sui batteri che sapevamo coltivare in laboratorio, che crescevano nelle piastre di Petri e che potevamo osservare, manipolare e testare con le tecniche tradizionali della microbiologia e su questa base abbiamo costruito l’intera industria dei probiotici, selezionando ceppi di Lactobacillus e Bifidobacterium che funzionavano bene in vitro. Oggi abbiamo scoperto che quello che stavamo guardando è, in realtà, una frazione minuscola del quadro reale: oltre il 60% delle specie batteriche che vivono nel nostro intestino non è mai stato coltivato con successo in laboratorio, quindi la maggior parte del microbiota che ci abita è rimasto invisibile alla ricerca per generazioni intere… fino a oggi.
A febbraio 2026 un team dell’Università di Cambridge ha pubblicato su Cell Host & Microbe uno studio che potrebbe cambiare profondamente il modo in cui guardiamo alla salute intestinale: i ricercatori hanno analizzato 11.115 campioni fecali provenienti da 39 paesi, utilizzando tecniche avanzate di sequenziamento metagenomico e strumenti computazionali per cercare l’impronta genetica di batteri che sfuggono alle colture tradizionali.
Da questa analisi è emerso un gruppo batterico chiamato CAG-170, che compariva in modo consistente e significativo nelle persone sane, mentre risultava drasticamente ridotto in chi soffriva di malattia di Crohn, obesità, diabete, sclerosi multipla e sindrome da fatica cronica.
Si tratta di batteri che erano rimasti nascosti per decenni, parte di quello che i ricercatori chiamano “hidden microbiome“, il microbioma nascosto, semplicemente perché nessuno era mai riuscito a coltivarli con i metodi convenzionali.
L’analisi genetica ha rivelato che CAG-170 svolge funzioni fondamentali: contribuisce alla digestione dei componenti principali del cibo, supporta l’equilibrio dell’intero ecosistema microbico e produce vitamina B12, un nutriente essenziale per la funzione neurologica, il metabolismo energetico e la regolazione immunitaria.
Questo studio ci mette di fronte a una realtà scomoda e affascinante allo stesso tempo: il microbiota che conta davvero per la nostra salute è in larga parte quello che ancora non conosciamo… e la domanda che ne consegue è immediata: come possiamo nutrire e sostenere batteri di cui ignoriamo perfino l’esistenza?
La risposta, fortunatamente, arriva da un altro filone di ricerca che si intreccia perfettamente con questa scoperta. L’American Gut Project, il più grande studio di citizen science sul microbioma umano mai realizzato, ha analizzato i campioni di oltre 10.000 persone e ha dimostrato che chi consuma più di 30 alimenti vegetali diversi alla settimana possiede un microbiota significativamente più diversificato rispetto a chi ne consuma meno di 10, indipendentemente dal fatto che si definisca vegano, vegetariano o onnivoro.
La diversità alimentare è il fattore predittivo più potente della diversità microbica, più della categoria dietetica, più dell’uso di integratori, più di qualsiasi singolo alimento superfood: questo perché fibre diverse nutrono batteri diversi, e polifenoli diversi favoriscono la crescita di ceppi diversi, quindi variare il più possibile quello che portiamo in tavola è l’unico modo per creare le condizioni in cui anche batteri sconosciuti come CAG-170 possano prosperare.
Sul piano pratico, la strategia alimentare che emerge da queste evidenze è chiara e accessibile a tutti, ci basterà infatti aumentare la varietà di vegetali, legumi, cereali integrali, frutta, semi, erbe aromatiche e spezie che consumiamo ogni settimana, che rappresenta il primo e più importante intervento per sostenere la diversità del microbiota, incluse quelle specie che non abbiamo ancora identificato.
Legumi come lenticchie, ceci, fagioli e fave forniscono fibre fermentabili che alimentano i batteri produttori di acidi grassi a catena corta, verdure crucifere come broccoli, cavolfiori e cavolo nero apportano composti solforati con effetti prebiotici documentati, alimenti fermentati come kefir, crauti, kimchi, miso e yogurt greco introducono batteri vivi che arricchiscono l’ecosistema, frutti di bosco, melagrana, cacao amaro e olio extravergine di oliva forniscono polifenoli che modulano selettivamente la crescita di ceppi protettivi.
Nel Metodo Colombo la diversità alimentare e lo stato del microbiota sono al centro di ogni percorso nutrizionale, perché oggi più che mai sappiamo come nutrire un ecosistema batterico ricco e diversificato possa significare proteggere la salute su più fronti contemporaneamente, dalla funzione immunitaria alla protezione metabolica fino al benessere cognitivo.
Attraverso l’analisi del profilo infiammatorio, della composizione corporea, del microbiota intestinale e delle abitudini alimentari di ogni individuo, possiamo costruire piani nutrizionali su misura finalizzati a creare le condizioni ideali per un microbiota complesso e funzionalmente attivo, inclusi quei batteri che la scienza sta appena iniziando a scoprire.
Se sentite che è arrivato il momento giusto per iniziare a prendervi cura di voi stessi, vi aspetto per un primo consulto nei miei studi di Pontresina, Lugano e Zurigo oppure online: riservare è semplicissimo, vi basterà cliccare sul pulsante verde qui sotto.