Gut antiaging clock: quando il microbiota rivela la vera età.

Siamo abituati, da sempre, a misurare l’età con il calendario, un numero che cresce di un’unità ogni anno ma che ci dice poco su come stia realmente invecchiando il nostro organismo.

Da tempo, come vi ho spiegato in un mio precedente approfondimento, la ricerca distingue tra età cronologica e età biologica, e negli ultimi anni gli strumenti per quantificare questa differenza si sono moltiplicati: ad esempio abbiamo test epigenetici basati sulla metilazione del DNA, test sulla lunghezza dei telomeri, o i marcatori dell’infiammazione cronica ma a questi si è aggiunto un approccio nuovo e per certi versi sorprendente, che guarda all’invecchiamento partendo dall’intestino.

L’idea di fondo è che la composizione del nostro microbiota cambi in modo prevedibile con l’età, e che queste variazioni possano essere lette da un algoritmo capace di stimare quanti anni ha biologicamente il nostro corpo a partire dai batteri che ospitiamo.

Un intestino con un profilo microbico “giovane” corrisponde a un organismo che sta invecchiando bene, un intestino con un profilo accelerato, invece, ci racconta una storia diversa (spesso prima che i primi sintomi clinici si manifestino).

Il primo modello robusto è stato sviluppato nel 2020 da un gruppo di ricercatori ed è stato pubblicato sulla rivista iScience: il team ha costruito una rete neurale profonda addestrata su oltre 4.000 profili metagenomici provenienti da individui tra i 18 e i 90 anni, ottenendo un modello capace di predire l’età dell’ospite con un errore medio assoluto di circa 6 anni.

Analizzando quali batteri avessero il peso predittivo maggiore, i ricercatori hanno identificato un pattern chiaro: le specie produttrici di acidi grassi a catena corta, in particolare Bifidobacterium, Akkermansia muciniphila e diversi membri della famiglia Bacteroidaceae, risultavano associate a un’età biologica inferiore a quella anagrafica.

La loro abbondanza “ringiovaniva” l’orologio microbico, mentre la loro riduzione, accompagnata dall’espansione di ceppi pro-infiammatori come quelli appartenenti ai Proteobacteria, lo accelerava.

Il dato diventa ancora più interessante quando guarda alle conseguenze cliniche concrete di un orologio microbico accelerato; uno studio pubblicato su Gut Microbes nel 2024 ha fatto esattamente questo: partendo da un dataset metagenomico su larga scala, i ricercatori hanno costruito un modello di età biologica basato sul microbiota intestinale, chiamato gAge, e lo hanno applicato a una popolazione di anziani per valutare la correlazione tra invecchiamento microbico e rischio di fragilità.

I risultati hanno mostrato che i soggetti il cui microbiota appariva più “vecchio” rispetto all’età anagrafica presentavano un rischio significativamente maggiore di sviluppare fragilità, perdita di funzione fisica e declino dello stato di salute complessivo.

I marcatori che distinguevano un invecchiamento microbico sano da uno accelerato erano coerenti con quelli identificati nello studio precedente: abbondanza di batteri produttori di butirrato tra i fattori protettivi, e prevalenza di ceppi infiammatori tra quelli di rischio: questo significa che l’orologio intestinale ha un valore predittivo reale sulla nostra traiettoria di invecchiamento, e che le informazioni contenute nel microbiota possono dirci molto su come stiamo invecchiando prima ancora che i sintomi si facciano sentire.

La domanda che nasce spontanea a questo punto è se possiamo intervenire per rallentare questo orologio, e la risposta che sta emergendo dalla letteratura è decisamente incoraggiante. I batteri che “ringiovaniscono” il profilo microbico, sono tutti sensibili a ciò che mangiamo e allo stile di vita che conduciamo.

Le fibre fermentabili rappresentano il substrato fondamentale per la produzione di butirrato nel colon: legumi, avena, semi di lino, topinambur, aglio, cipolla e porri sono tra le fonti più efficaci di fibre solubili e prebiotiche, quelle che i nostri batteri sanno trasformare in acidi grassi protettivi.

I polifenoli contenuti in frutti di bosco, melagrana, cacao amaro e olio extravergine di oliva svolgono un’azione complementare, poiché favoriscono selettivamente la crescita di Akkermansia e Bifidobacterium e modulano l’ambiente intestinale in senso antinfiammatorio.

Alimenti fermentati come kefir, crauti, kimchi e miso, invece, apportano batteri vivi che contribuiscono a mantenere la diversità microbica, uno dei parametri che l’orologio intestinale valuta con maggiore attenzione.

Per quanto riguarda, invece, la supplementazione, i probiotici a base di ceppi specifici di Bifidobacterium longum, Lactobacillus rhamnosus e Akkermansia muciniphila sono oggi tra i più studiati nel contesto dell’invecchiamento, e il butirrato in forma microincapsulata rappresenta un’opzione concreta per sostenere la barriera intestinale quando la produzione endogena risulta insufficiente.

Nel Metodo Colombo integriamo sempre la valutazione dello stato del microbiota all’interno di un percorso nutrizionale personalizzato, perché sappiamo che la salute dell’intestino è una delle primarie chiavi di longevità, sia in ottica preventiva che nel migliorare la qualità della nostra vita. Attraverso analisi mirate, profili infiammatori e piani alimentari costruiti sulle esigenze specifiche di ciascuno, lavoriamo, poi, per creare le condizioni di base per un percorso efficace e duraturo.

Se sentite che qualcosa nel vostro organismo sta cambiando, che la stanchezza è diventata cronica e che il recupero richiede sempre più tempo, potrebbe valere la pena di indagare su cosa sta succedendo proprio a livello intestinale.

Vi aspetto per un primo consulto nei miei studi di Pontresina, Lugano e Zurigo oppure online: riservare è semplicissimo, vi basta cliccare sul pulsante verde qui sotto.

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