13 Feb Quando la nutraceutica incontra la scienza dell’invecchiamento
Invecchiamo tutti, e questo è certo, ma la domanda interessante è come invecchiamo, e se possiamo modulare attivamente questo processo attraverso strategie nutrizionali mirate.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha identificato alcune molecole specifiche che sembrano avere un ruolo chiave nel rallentare il deterioramento cellulare, migliorare la funzione mitocondriale e ridurre l’infiammazione cronica che accompagna l’età.
Il nostro corpo produce naturalmente molte di queste molecole quando siamo giovani, ma con il passare degli anni la produzione cala drasticamente; ad esempio, il NAD+ (coenzima essenziale per centinaia di reazioni biochimiche legate alla produzione di energia), diminuisce fisiologicamente dopo i 40 anni, compromettendo la funzione mitocondriale, riducendo l’attivazione delle sirtuine (proteine associate ai meccanismi di riparazione cellulare), e peggiorando progressivamente la nostra capacità di produrre energia a livello cellulare.
Una interessante revisione, pubblicata su Cureus nel 2024, ha analizzato studi randomizzati controllati sull’integrazione con nicotinamide mononucleotide, uno dei precursori del NAD+, documentando miglioramenti significativi in parametri di performance fisica nei pazienti trattati.
Il nocciolo della questione è che possiamo sicuramente avere un’alimentazione perfetta, ma alcuni di questi composti non sono presenti in quantità sufficienti nei cibi che mangiamo oppure dipendono da processi metabolici che rallentano con l’età.
Prendiamo ad esempio l’urolitina A (molecola che sta attirando molta attenzione nella ricerca sulla longevità), che viene prodotta dal nostro microbiota intestinale a partire dai polifenoli presenti in melograni, noci e frutti di bosco: solo il 40% della popolazione possiede il microbiota giusto per produrla efficacemente.
Questa molecola è molto importante visto che attiva la mitofagia, un processo attraverso cui le cellule riconoscono e eliminano i mitocondri danneggiati sostituendoli con mitocondri funzionanti.
A tal proposito, uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2024 ha dimostrato proprio come l’urolitina A riesca effettivamente a ridurre marcatori di infiammazione (come la proteina C reattiva in pazienti sani), proprio grazie alla sua capacità di indurre mitofagia e ridurre l’accumulo di mitocondri disfunzionali (che altrimenti continuerebbero a danneggiare i tessuti circostanti).
Nel Metodo Colombo, quando lavoriamo con una clientela over 50, uno degli obiettivi primari è preservare la funzione mitocondriale, visto che i mitocondri sono proprio le centrali energetiche delle cellule e quando funzionano male tutto il metabolismo ne risente: stanchezza cronica, difficoltà a recuperare, sensibilità insulinica peggiorata e infiammazione sistemica sono tutti sintomi che possono avere radice proprio in questa disfunzione.
Per prevenire il tutto possiamo agire attraverso l’alimentazione, privilegiando cibi ricchi di precursori, ma in alcuni casi una supplementazione mirata, sotto indicazione del proprio nutrizionista di fiducia, diventa necessaria.
La spermidina è un altro esempio interessante: parliamo di una poliammina che si trova naturalmente in germe di grano, soia fermentata, funghi e formaggi stagionati, che va a stimolare l’autofagia (un processo di pulizia attraverso cui le cellule eliminano componenti danneggiati e si rigenerano).
I suoi livelli calano con l’età e questo può essere associato anche a un declino generale della capacità delle cellule di mantenersi in buono stato. Pensate che recenti studi epidemiologici hanno correlato livelli più alti di spermidina con una ridotta mortalità cardiovascolare, un fattore decisamente interessante che ci fa ben capire le potenzialità di una sua integrazione, in ottica preventiva a lungo termine.
Le proresolvine, poi, rappresentano una categoria ancora diversa: sono metaboliti degli omega-3, in particolare EPA e DHA, che vanno a risolvere attivamente l’infiammazione cronica di basso grado (quella senza sintomi acuti ma che danneggia nel tempo vasi e tessuti, nonché uno dei motori principali dell’invecchiamento).
Per stimolarne la produzione serve un apporto adeguato di omega-3, che possiamo trovare nel pesce azzurro, nei semi oleosi, nell’avocado e nella frutta secca; tuttavia, per raggiungere il massimo del beneficio può essere necessario ricorrere anche a una specifica integrazione.
La ricerca clinica è ancora nella sua fase iniziale ma i risultati preliminari sono estremamente promettenti, per questo, nel lavoro che andiamo a fare insieme ai pazienti, l’approccio è sempre progressivo: si parte dall’alimentazione di base, si ottimizza l’apporto di micro e macronutrienti attraverso scelte alimentari strategiche e si valuta, caso per caso, se una supplementazione mirata può andare a colmare dei gap specifici.
Ogni persona, infatti, ha una situazione metabolica diversa, un microbiota unico e un livello di stress ossidativo personale, per questo non può e non deve esistere un protocollo universale, ma solo un approccio personalizzato basato su obiettivi concreti come migliorare i marker infiammatori, aumentare l’energia percepita, preservare la massa muscolare, ottimizzare la sensibilità insulinica, migliorare la salute intestinale e ridurre lo stato infiammatorio.
Se sentite che il corpo fatica più di prima, che la stanchezza cronica è diventata ormai la normalità e che il recupero dopo sforzi richiede giorni… potrebbe essere arrivato il momento di guardare più in profondità, prenotando un primo consulto con me in Studio oppure online.
Insieme lavoreremo per capire quali di queste molecole potrebbero fare la differenza nel vostro caso specifico, attraverso analisi mirate, valutazione dei biomarcatori e un piano nutrizionale costruito su esigenze reali.