06 Feb Cibo e immunità: un equilibrio che si rompe facilmente.
Il nostro sistema immunitario ha dei sensori, chiamati “Toll-like receptors” che scansionano continuamente l’organismo alla ricerca di molecole “pericolose” e quando rilevano lipopolisaccaridi batterici, frammenti virali, o prodotti di danno cellulare, attivano la produzione di citochine pro-infiammatorie come IL-1, IL-6 e TNF-α, un sistema che esiste per proteggerci da infezioni e traumi.
Fino qui il funzionamento è del tutto corretto e ci protegge dagli attacchi esterni, tuttavia il problema inizia quando i Toll-like receptors vengono attivati cronicamente da elementi come il cibo che mangiamo.
Ad esempio, i grassi saturi in eccesso ingannano il nostro sistema immunitario attivando il TLR4, lo stesso recettore che normalmente dovrebbe riconoscere i batteri pericolosi, con un meccanismo ben preciso: gli acidi grassi saturi a catena lunga si inseriscono nelle membrane delle nostre cellule e il corpo reagisce come se ci fosse un’infezione batterica in corso, anche se non c’è nessun batterio.
Poi ci sono tutti i composti che si formano quando cuciniamo ad alte temperature, gli “AGEs”, molecole che il corpo riconosce come segnali di pericolo, anche perché si legano a recettori specifici chiamati “RAGE” che, a loro volta, scatenano una serie di allarmi a livello di sistema immunitario.
Questo succede, ad esempio, quando usiamo la piastra per grigliare e si formano quelle parti nere sugli alimenti, o quando usiamo cotture più invasive, come le fritture.
Se a questo aggiungiamo anche uno stato disbiotico, ci troveremo in una condizione in cui i batteri rilasceranno sostanze in grado di passare nella circolazione e verranno immediatamente intercettate dalle cellule immunitarie.
Un interessante studio italiano ha seguito una serie di donne obese con alti livelli di TLR5 (un recettore che normalmente riconosce parti specifiche dei batteri), dove si vedeva chiaramente una maggiore infiammazione e un blocco nella risposta insulinica.
Tutto questo si traduceva poi in valori elevati di PCR ultrasensibile e in uno stato infiammatorio silente che, giorno dopo giorno, andava a danneggiare le pareti dei vasi sanguigni, peggiorava la capacità delle cellule di rispondere all’insulina e accelerava i processi degenerativi a livello cerebrale.
Quello che facciamo quando prepariamo i nostri pasti diventa, quindi, di primaria importanza: a tal proposito, una ricerca condotta su circa 900 persone, ha mostrato come diete ricche di AGEs possano peggiorare in modo significativo i livelli di zuccheri nel sangue, spiegando come alcuni metodi di cottura possono moltiplicare fino a 100 volte la produzione di questi composti.
La nostra dieta occidentale, poi, contribuisce più di quanto possiamo pensare, essendo ormai molto ricca di carboidrati raffinati: ogni volta che li assumiamo, infatti, la glicemia ha dei picchi molto alti per poi scendere poco dopo; questi picchi ripetuti aumentano la glicazione che avviene direttamente nel sangue e gli AGEs si accumulano nei tessuti, innescando la produzione di radicali liberi che portano a un invecchiamento precoce.
Dal punto di vista alimentare, possiamo mettere in atto strategie nutrizionali mirate per modulare questi recettori: gli Omega-3, ad esempio, possono cambiare la composizione delle membrane cellulari e ridurre la presenza di TLR4 sulla loro superficie mentre i polifenoli possono interferire con i segnali trasmessi all’interno della cellula dopo l’attivazione dei recettori, smorzando la risposta infiammatoria.
Sostanze antiossidanti come quercetina, resveratrolo e curcumina possono ridurre l’attivazione di NF-kB, un fattore che amplifica e prolunga la risposta infiammatoria.
Le cotture a bassa temperatura, come al vapore o la bollitura, possono diminuire la formazione di AGEs fino al 90%, mantenendo gli alimenti al di sotto dei 100 gradi. Se poi aggiungiamo degli ingredienti acidi come succo di limone, aceto o pomodoro durante la cottura, possiamo abbassare ulteriormente la formazione di questi composti.
Via libera a verdure, cereali integrali e legumi che sviluppano pochissimi AGEs anche dopo la cottura, mentre carni, insaccati e formaggi stagionati possono accumularne quantità molto elevate, pertanto andrebbero ridotti o eliminati.
Questo è solo uno dei tantissimi aspetti che vengono tenuti in considerazione nel Metodo Colombo, sviluppato sulla base di oltre 20 anni di esperienza diretta e costruito su misura per ogni persona, basandosi sulla sua storia metabolica e sull’analisi di numerosi aspetti come il microbiota intestinale, i livelli di stress, la variabilità cardiaca e altri marker ematici specifici, suggeriti di volta in volta sulla base della condizione di partenza.
La supplementazione non viene mai trascurata nel mio Metodo, visto che ci permette di raggiungere risultati che altrimenti sarebbero impossibili con la sola alimentazione, specialmente in situazioni di gravi carenze: Omega-3 EPA e DHA, curcumina, piperina e polifenoli concentrati possono accelerare notevolmente i tempi di recupero e di miglioramento della situazione.
Quando decidiamo cosa portare in tavola, stiamo in parte scegliendo come modulare i recettori del nostro sistema immunitario, scegliendo la differenza tra uno stato infiammatorio cronico e un organismo equilibrato: per questo, se vi riconoscete in questa casistica o se le ultime analisi ematiche hanno evidenziato marker infiammatori molto alti, potete prenotare un primo consulto con me in Studio oppure online, tramite il bottone qui sotto.
Insieme lavoreremo sull’identificare quali alimenti siano più adatti alla vostra condizione, con l’obiettivo di recuperare un rapporto fisiologico con il cibo, riducendo l’infiammazione sistemica e creando condizioni metaboliche in grado di prevenire l’insorgenza di patologie croniche.