20 Feb Il cervello non vede più la sazietà: il paradosso della resistenza leptinica
La leptina è il nostro ormone della sazietà e viene prodotto dalle cellule adipose, con il compito di comunicare all’ipotalamo lo stato delle riserve energetiche del nostro corpo: quando abbiamo abbastanza grasso accumulato, invia al cervello il segnale di smettere di mangiare e aumentare il dispendio energetico. In teoria, più grasso abbiamo, più leptina produciamo, eppure la realtà di moltissime persone dice esattamente il contrario: livelli altissimi di leptina nel sangue accompagnati da fame costante, voglia di mangiare continua e fame incontrollabile nonostante un’alimentazione corretta.
Questo paradosso viene chiamato resistenza leptinica, una condizione in cui il cervello smette letteralmente di ricevere il segnale che il corpo sta mandando, portandoci in modalità “fame”: rallenta il metabolismo e conserva ogni caloria possibile.
Il meccanismo alla base è abbastanza chiaro: le cellule adipose producono leptina in quantità proporzionale al grasso corporeo, quindi una persona con 10 kg di sovrappeso ha livelli di leptina nel sangue molto più alti di una persona normopeso; il problema è che questi livelli cronicamente elevati saturano i recettori ipotalamici, esattamente come quando ci abituiamo a un rumore costante e dopo un po’ non lo sentiamo più.
I recettori della leptina nell’ipotalamo, con il permanere della condizione, diventano progressivamente insensibili al segnale, smettono di rispondere, e il cervello interpreta questa mancanza di segnale come assenza di grasso corporeo.
Un sonno insufficiente, o di bassa qualità aggrava drammaticamente questa situazione: pensate che uno studio pubblicato su Obesity Facts nel 2021 ha proprio dimostrato come ogni ora di sonno in meno possa aumentare i livelli di leptina del 10%.
Dormire meno di sette ore per notte mantiene cronicamente elevata la leptina circolante, riduce la sensibilità dei recettori ipotalamici, e aumenta l’infiammazione sistemica, andando a creare un circolo vizioso: dormiamo male, i livelli di leptina salgono, accumuliamo grasso, produciamo ancora più leptina e la resistenza peggiora.
Come ben sappiamo, il sonno profondo è quella fase in cui i neuroni dell’ipotalamo si riparano dai danni accumulati durante il giorno e senza questo recupero, la capacità del cervello di rispondere alla leptina si deteriora settimana dopo settimana.
L’infiammazione cronica è il secondo grande colpevole: quando il tessuto adiposo si espande oltre una certa soglia, diventa un organo infiammatorio che produce citochine pro-infiammatorie come l’interleuchina-6 e il TNF-alfa, due molecole che attraversano la barriera emato-encefalica, raggiungono l’ipotalamo e danneggiano fisicamente i neuroni che dovrebbero rispondere alla leptina.
Una recente revisione pubblicata su PMC nel 2025 ha evidenziato come lo stress del reticolo endoplasmatico nei neuroni ipotalamici contribuisca alla resistenza leptinica, creando un danno cellulare progressivo. La proteina C-reattiva, un marker infiammatorio che si alza nell’obesità, si lega direttamente alla leptina e ne impedisce il passaggio attraverso la barriera emato-encefalica, quindi meno leptina raggiunge il cervello, più il segnale di sazietà viene definitivamente perduto.
Ogni volta che sottoponiamo il corpo a una restrizione calorica severa, specialmente quando decidiamo di sottoporci a diete senza supervisione del nostro nutrizionista di fiducia, il metabolismo rallenta e la produzione di leptina crolla rapidamente, di conseguenza, come accennavo prima, il cervello interpreta questo calo come un pericolo e quando torniamo a mangiare normalmente, il corpo reagisce producendo ancora più leptina di prima nel tentativo di ripristinare il controllo.
La notizia positiva è che la sensibilità leptinica può essere ripristinata con il giusto supporto del nutrizionista che andrà ad agire subito per ridurre l’infiammazione sistemica attraverso l’alimentazione e la supplementazione.
A tal proposito, gli Omega-3 ad alto dosaggio sono fondamentali: servono ogni giorno EPA e DHA combinati per ridurre le citochine pro-infiammatorie e migliorare la funzionalità dei recettori della leptina. Anche i polifenoli contenuti in frutti di bosco, melograno, tè verde e cacao amaro hanno un’azione anti-infiammatoria complementare, quindi sono perfetti in affiancamento e recenti studi hanno proprio dimostrato che le proantocianidine estratte dai semi d’uva possano ripristinare parzialmente la sensibilità leptinica attivando il pathway POMC nell’ipotalamo, quello stesso circuito neuronale che la leptina dovrebbe attivare in condizioni normali.
Sistemare il sonno diventa prioritario: sette-otto ore a notte sono il minimo necessario per permettere ai neuroni ipotalamici di riparare i danni infiammatori, mentre dormire meno di questa soglia, significa mantenere alte l’infiammazione e la leptina, impedendo qualsiasi miglioramento della sensibilità. La gestione dello stress cronico rientra nella stessa logica: livelli alti di cortisolo, protratti nel tempo, interferiscono con la segnalazione della leptina a livello ipotalamico, per questo serve un approccio che abbassi contemporaneamente infiammazione, cortisolo e leptina circolante per dare al cervello la possibilità di recuperare sensibilità.
Dal punto di vista alimentare, evitare le restrizioni caloriche estreme è fondamentale: il nostro corpo non deve percepire pericoli, altrimenti continuerà a difendere ogni grammo di grasso. Servono pasti regolari con adeguato apporto proteico e di fibre per mantenere stabile la glicemia e ridurre i picchi di fame.
Nel Metodo Colombo, grazie a oltre 20 anni di pratica, ho compreso come sia fondamentale integrare tutti questi aspetti in ogni strategia alimentare, per questo affrontiamo la resistenza leptinica integrando timing dei pasti, gestione dello stato infiammatorio e ripristino dei normali ritmi circadiani perché prima si vanno a ripristinare le corrette comunicazioni tra tessuto adiposo e ipotalamo, prima il controllo dell’appetito torna più gestibile. Questo richiede tempo, tipicamente tra le 8 e le 12 settimane per vedere i primi miglioramenti significativi.
Il mio approccio prevede sempre analisi specifiche sui biomarcatori infiammatori per avere un quadro chiaro della situazione di partenza e monitorare oggettivamente i progressi nel tempo: del resto, stiamo riparando danni accumulati nel corso di tanti anni, quindi servono pazienza, costanza e tracciamento dei progressi.
Se vi ritrovate in una delle situazioni che ho descritto, potrebbe essere il caso di prenotare un primo consulto con me in Studio, oppure online per indagare su questi fattori e poi lavorare assieme sia sulla valutazione dello stato metabolico che sul costruire un protocollo nutrizionale mirato a ripristinare la sensibilità leptinica: prenderci cura di questi aspetti ci permetterà di recuperare il controllo naturale dell’appetito e di vedere, finalmente, risultati duraturi.